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Centro Espositivo dell'arte contadina

Nel 2007 è stato inaugurato a Mara il Centro di documentazione della civiltà contadina alla presenza della presidente del Parco Letterario "Grazia Deledda". Il Centro nasce nel quadro di un progetto culturale che si lega al nome della più grande scrittrice della Sardegna, premio Nobel per la letteratura, Grazia Deledda (Nuoro 1871- Roma 1936). Le opere della scrittrice sarda segnano l'alta consapevolezza del rapporto vitale, a volte felice, a volte tragico, tra l'uomo e la natura, tra l'uomo e la terra, in una dimensione primitiva e rustica che la sensibilità di una raffinata intelligenza ha saputo restituire nella sua interezza emotiva e spirituale.


Sul legame profondo e vitale tra i romanzi e i racconti della Deledda e la civiltà contadina sono stati scritti fiumi d'inchiostro. Ciò che importa a noi in questo momento è che anche la piccola comunità contadina di Mara con l'apertura del centro di documentazione entra a far parte del parco letterario Grazia Deledda. Bisogna essere orgogliosi di questo risultato. Non era facile, non era scontato. E vi entra proprio grazie al suo essere villaggio, appartenente - come quasi tutti i villaggi della Sardegna - alla civiltà agro-pastorale, civiltà che sopravvive ancora oggi, anche se in forme alquanto diverse da un passato non troppo lontano. Al centro espositivo si è lavorato per alcuni anni partendo dal nulla. Non esisteva una collezione privata cui fare riferimento, non un nucleo espositivo precedente, non una sede che potesse costituire il naturale insediamento di una esposizione delle tradizioni popolari e della cultura contadina. Il lavoro ha conosciuto varie fasi. Mentre da un lato si lavorava alla conservazione e restauro della casa sede fisica del centro dall'altro si è lavorato sul filo della memoria, cercando di ricostruire il tessuto umano ed economico di una società che non esiste più, quasi del tutto assorbita e compenetrata dalla moderna società industriale e post-industriale. Si è partiti da una indagine sul campo entrando nelle case di Mara, ascoltando le testimonianze degli abitanti, registrando e mettendo insieme in una specie di percorso della memoria il valore di quelle preziose informazioni. Questa fase ha richiesto diversi mesi. In una seconda fase si è proceduto a rielaborare tali materiali grezzi ai fini di una utilizzazione didattica all'interno del centro espositivo.


Una terza fase ha visto l'acquisizione di manufatti appartenenti al lavoro dei campi e della vita domestica della civiltà contadina. Questa fase è durata circa un anno e non può considerarsi del tutto esaurita. Sono stati acquisiti manufatti interessanti anche se umili, molti dei quali ricchi di storia e di storie. Tutti ugualmente degni di comparire nel centro espositivo. Gli oggetti non hanno subito alcun trattamento se non quello essenziale di pulizia e di conservazione. L'ultima fase, la più complessa, è consistita nella armonizzazione dei risultati dell'indagine sul campo con la schedatura e predisposizione dei manufatti, ovvero la predisposizione dell'allestimento vero e proprio, con la destinazione d'uso delle sale, la disposizione del percorso didattico con testi e fotografie e soprattutto la esposizione dei manufatti della cultura contadina. Numerose quindi le difficoltà e le ingenuità in un percorso assolutamente nuovo sia per l'Amministrazione comunale come per tutti coloro che, a vario titolo, al progetto hanno aderito e dato la loro collaborazione, a cominciare dagli abitanti di Mara e dalla loro generosità, senza la quale nulla si sarebbe potuto fare.


Il centro nasce perciò da un progetto politico di coinvolgimento di alcuni centri del Logudoro nell'ambito del Parco letterario Grazia Deledda. All'interno di questo progetto politico e culturale più vasto va ricollocato il progetto di valorizzazione e salvaguardia del patrimonio storico-culturale di Mara, di cui il Centro espositivo costituisce un anello fondamentale, e che la comunità di Mara, nelle vesti del Sindaco e della sua Amministrazione, hanno fatto proprio. Nella difficile transizione di una società dal suo essere statica, chiusa, autosufficiente, essenziale nelle produzioni e nei consumi, ad una società mobile, aperta, dipendente da altre realtà più vaste e penetranti (la regione, la politica nazionale, l'Europa, la globalizzazione dei mercati, i legami di interdipendenza economica) la costituzione di un centro espositivo della civiltà contadina costituisce un piccolo baluardo contro la perdita di cultura, l'oblìo, la dimenticanza, la perdita di memoria, la cancellazione dell'identità. È facile comprendere come un centro espositivo abbia anche il compito di rieducare alla memoria, alla identità, alla conservazione e ri-appropriazione della cultura e della sapienza dei propri padri. Si tratta di una riappropriazione simbolica del proprio territorio, del proprio essere, della madre terra, dalla quale occorre sempre ripartire se si vuole ricominciare il cammino. Gli uomini sanno di non essere eterni. Essi sfidano il tempo con la creazione di simboli, o di luoghi simbolici che, rinnovati e riconosciuti nel susseguirsi delle generazioni, resistano al tempo e alla perdita della memoria. Sono i simboli (e i luoghi che questi simboli tutelano e rinnovano) a salvare uomini e cose restituendoli ad una dimensione di vissuto quotidiano ed umano. Ma più di ogni altra cosa restituendo al dolore, alla sofferenza, alla fatica di generazioni di uomini e donne, un senso che si rischia tutti i giorni di perdere. È in fondo in questo potenziale simbolico - memoria, testimonianza, resistenza - e di significato - il senso finale del dolore e della sofferenza degli umili come metafora della condizione umana, che sta a mio avviso il valore di una operazione di memoria che è innanzitutto una operazione di civiltà, senza aggettivi. In ogni umile segno-oggetto si ricolloca davanti ai nostri occhi il segno dell'opera e dei giorni dell'uomo restituendo un minimo di senso al quotidiano patire. Ed alla luce di questi segni possiamo dare un senso ricollegandoci idealmente all'opera quotidiana delle generazioni che ci hanno preceduto. Per costruire da qui un futuro ancorato a robuste radici.



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